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Joker di Todd Phillips: mostro o vittima del sistema?

October 6, 2019

Ho visto due volte Joker di Todd Phillips, interpretato straordinariamente da Joaquin Phoenix. La prima volta in lingua originale alla Mostra del Cinema di Venezia, la seconda volta a Roma, in italiano.

 

 

La prima volta mi ha colpito la violenza del contesto, la tristezza del personaggio, la sua delicata lotta per affermarsi in un mondo popolato da squali e da egoisti. Durante la visione, mi sono chiesta quando sarebbe arrivata la parte da "fumetto", quando sarebbe apparso Batman, quando si sarebbe cominciato in qualche modo a fare sul serio. 

Poi è arrivato il secondo tempo, Arthur Fleck ha ucciso tre bulli sulla metro e lentamente si sta trasformando in Joker. Non solo provi compassione per quell'uomo fragile che ha un'evidente malattia mentale e vive in un contesto disagiato, ma ti senti anche dalla sua parte quando uccide i bulli, quando soffoca la madre, quando spacca il cranio del suo collega infame, quando spara in testa a quel pallone gonfiato di Robert De Niro. Dentro di te pensi "bravo, così si fa, era quello che si meritavano", lo pensi in un sussurro perché comunque è un pensiero scomodo e un omicidio non è mai giustificato, eppure lo pensi. 

 

 

Tolti gli elogi tecnici al film in sé che sono evidenti, durante la seconda visione è stata d'obbligo per me la riflessione sul messaggio che la storia lascia. Un messaggio di certo non univoco, sicuramente ambiguo, profondo, pericoloso, disturbante.

"Cosa ottieni se metti insieme un malato di mente solitario e una società che lo abbandona?" chiede a un certo punto Joker a Murray Franklin, il suo adorato presentatore tv, puntandogli una pistola in faccia. 

È qui secondo me il cuore dell'enigma del film: è il mondo circostante a trasformarti in un mostro o lo scopo di una società sana è proprio tenere a bada il mostro che c'è in te? 

 

 

Dopo aver scoperto la sua infanzia di abusi, Arthur soffoca con un cuscino la madre ricoverata in ospedale, che ritiene responsabile di gran parte delle sue sofferenze. Prima però ci tiene a dirle che si sente finalmente se stesso. Libero dalle medicine, dall'imposizione di doversi sentire e mostrare sempre felice, buono, giusto, l'uomo scopre la sua vera natura, e si sente BENE.

"Per tutta la vita non ho mai saputo se esistevo veramente... ma esisto e le persone iniziano a notarlo", dice Arthur alla sua psicoterapeuta durante il loro ultimo incontro.

Siamo allora tutti in potenza dei mostri tenuti a bada dalle regole del vivere civile e della "normalità"? Oppure la società nella quale viviamo è talmente crudele, spietata, insensata che affermare la propria esistenza coincide solo con la violenza, in una lotta per la sopravvivenza nella quale il più forte non può che essere il Cattivo? 
Qualunque sia la risposta, Joker non è un film che lascia spazio alla redenzione, e un lieto fine è impossibile che esista. 

 

 

 

 

 

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