TRE UCCELLI SUL COMò

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La scrutavano ormai da giorni con i loro occhietti acquosi. Grazie alla sua casa piena di balconi e vetrate sapevano tutto dei suoi rituali della mattina e della sera. La seguivano a lavoro, con le testoline arruffate accompagnavano gli sbuffi di fumo delle sue sigarette durante le pause, l’aspettavano fuori dal supermercato, mangiavano avidi le briciole del suo aperitivo quando usciva con gli amici, si appostavano pazienti per scortarla di nuovo a casa e studiarne ancora le mosse.  

 

Quella mattina Linda si era svegliata di soprassalto. Aveva fatto un sogno agitato e inquietante che non ricordava già più. Si stropicciò gli occhi con una mano, mentre con l'altra staccava la sveglia anticipandone il fastidioso squillare. Era in piedi adesso, pronta a svolgere i gesti della routine mattutina, eppure il senso di inquietudine lasciatole dal sogno della notte prima non l’abbandonava. Nascosti dietro alla finestra socchiusa della camera da letto, loro percepivano il suo stato d’ansia e se ne nutrivano beati. Linda si spostò in cucina, sperando che il caffè l’avrebbe riportata definitivamente sulla terra schiaffeggiandole i sensi per bene. Mentre preparava la caffettiera pensava ancora al sogno e, scavando nella mente, qualche immagine offuscata riaffiorava insieme a delle sensazioni confuse. C’erano piume, strilli, braccia, in un turbine indefinito.  

Un filo di aria fredda le fece notare che il balconcino della cucina alle sue spalle era aperto. Strano, pensò, mentre con un brivido si avvicinava per chiudere le imposte. Affacciò la testa nell'aria fresca e pungente del mattino e non si accorse dei loro occhi che la fissavano vacui. Il borbottio della caffettiera la destò dai suoi pensieri confusi. Loro si avvicinarono alla finestra tubando appena, e seguirono con le teste vuote i gesti di Linda che conoscevano a memoria. Era facile con lei, d’altra parte. Era sempre stata un tipo metodico e preciso, fin da piccola, quando riponeva le Barbie sulla mensola, sistemandole in ordine crescente in base alla gradazione dei capelli, dalla più bionda alla più scura. Preparò la tovaglietta e la tazzina, mise il cucchiaio sul tovagliolo alla sua destra, prese il suo pacco di biscotti preferiti e si sedette pronta ad assaporare il caffè. Ne bevve un sorso e il senso di nausea la assalì prima ancora di deglutire. In bocca sembrava avesse fango o qualcosa di peggiore. Sputò tutto nel lavandino e pensò “Cazzo, avrò sbagliato la miscela del caffè”. Prima di buttare via quello che era rimasto nella tazzina ci guardò dentro. Tra il liquido nero e denso galleggiava una piuma, piccola ma perfettamente formata. Com’era possibile? Lei era una maniaca del pulito e mai tale mostruosità sarebbe sfuggita al suo impeto disinfettante. Fu a quel punto che si accorse della loro presenza per la prima volta. Con la coda dell’occhio intravide le ombre scure delle loro ali che si aprivano e chiudevano in segno di evidente agitazione sull’uscio del suo ballatoio.  

 

Squillò il cellulare, 2 messaggi non letti distrassero Linda dai suoi inquilini del balcone che, svelti, si erano rintanati sulle tegole del tetto di fronte. 

Ore 07:30 – Carlo – Buona giornata amore J 

Ore 07:50 – Livia – Buongiorno, il carico di piumini d’oca dalla Romania ha appena passato la dogana. Arriverà in deposito domani pomeriggio. A dopo.  

Mentre aveva risposto frettolosamente a Carlo che non si decideva a sposarla, si soffermò un bel po’ sul messaggio di Livia. Ricevere notizie dal lavoro la confortava sempre e la fece immergere nel ripasso della scaletta dei compiti giornalieri che avrebbe svolto una volta in ufficio. Era manager di una famosa azienda di capi d’abbigliamento, specializzata in piumini. Grazie alle sue dritte, erano riusciti a spostare la produzione in Romania, con un notevole abbattimento dei costi. Si era vociferato ultimamente che i metodi di spiumaggio delle bestie non erano dei più ortodossi e che i volatili dai quali provenivano le piume non erano sempre oche. Ma che importava? Linda eseguiva ordini e se l’amministratore delegato esigeva, bisognava in primis portare i risultati richiesti.   

 

In bagno la donna cominciò le operazioni di toeletta con una certa fretta. Aveva già accumulato un notevole ritardo e doveva sbrigarsi. Dalla finestrella del bagno con l’apertura in verticale era difficile affacciarsi tutti insieme per spiare. Dovevano fare a turni e non erano certo disciplinati, si beccavano sulle testoline per farsi spazio, coi colli in fermento che facevano avanti e indietro e le ali spiegate a metà. D’altra parte quello era un giorno particolare e nessuno dei tre voleva perdersi una qualunque mossa della loro preda. La meticolosa manovra del lavaggio dei denti di Linda venne disturbata dal verso stridulo di un uccello che sembrava svolazzare proprio fuori dalla sua finestra. Linda si innervosì. Odiava essere interrotta mentre svolgeva azioni delicate e odiava anche il verso acuto degli uccellacci portatori di germi e malattie. Dopo il sogno della notte, il caffè imbevibile e il ritardo imprevisto, pure quel verso a spaventarla. Era troppo. Passò nella camera da letto svolazzando nella sua vestaglia profumata di pulito e non si accorse di tre piume che cadevano silenziose sul pavimento del bagno. Per rilassarsi si inebriò alla vista del suo armadio perfettamente ordinato in un accordo cromatico da fare invidia a qualunque arcobaleno, ogni capo d’abbigliamento riposto nel suo sacchetto trasparente anti polvere. I vestiti da indossare, scelti la sera prima, la aspettavano appesi con cura da una parte: il vestito a pieghe nero e bianco, lo spolverino beige, le ballerine di vernice con un accenno appena di tacco di gomma, perfetto per non fare rumore camminando in ufficio. Lo starnazzare degli uccelli la seguì anche in quella camera, ancora più stridulo. “Ma che cavolo avevano quegli uccelli oggi?”. Linda si sentì di nuovo inquieta e si mise a osservare fuori dalla finestra. A parte tre piccioni che la guardavano torvi e uno stormo di volatili neri che passava di lì proprio in quel momento, giù per strada la vita scorreva tranquilla come ogni giorno.

Sorrise, pensando che stava diventando paranoica, uscì sul balcone e si mise a correre contro i piccioni gridando – Sciò, sciò! Andate via. Il pensiero dei loro escrementi sul suo balcone la disgustava. I tre piccioni si alzarono in volo e quando Linda si girò per rientrare, scesero in picchiata contro di lei puntandole la testa. La donna riuscì appena in tempo a chiudersi la porta del balcone alle spalle, lanciando un gridolino terrorizzato. Col naso appiccicato ai vetri, vide i tre uccelli continuare a volare sopra il terrazzino, in cerchi concentrici, alla stregua di famelici avvoltoi.  

Era allibita. Non si era mai sentito che un piccione si ribellasse ad uno “sciò”. Chiuse le tende e senza mettere bene a fuoco le lancette guardò l’orologio. Le nove. La vista dell’orario la spaventò più di qualunque altra cosa. Era il momento di vestirsi. Aprì l’armadio, ma una nuvola di piume la travolse. Scansò con foga i vestiti. Doveva per forza essersi bucato uno dei suoi piumini. Ispezionò in lungo e in largo l’armadio ma tutto sembrava essere tornato a posto. Indossò il vestito eletto, ma lo sentì appiccicoso e ricoperto da una sostanza vischiosa. Qualche piuma che ancora le ondeggiava attorno le si appiccicò addosso.  

Suonò il campanello. Masticò il cuore che le era balzato dal petto. – Chi è? Disse con voce più acuta di quanto si aspettasse. Nessuno rispose. Lo spioncino della porta le regalò la visione di un’ombra che si allontanava dal pianerottolo verso le scale. Tremolava come se volasse.  

Decise di uscire all’istante da casa per porre fine alle sciocche ansie di quell’interminabile mattina. La borsa era in camera da letto. Respirò a fondo per calmarsi mentre raggiungeva l’altra stanza, quando un altro trillo di campanello la fece trasalire. Con la borsa stretta al braccio corse verso la porta, magari era qualcosa di importante e la sua stupidità la stava facendo temporeggiare. Scivolò sul tappeto di piume che riempivano l’ingresso e per non cadere si aggrappò alla maniglia della porta. L’aprì e uno stormo di piccioni la travolse. Le sembrarono centinaia e non ebbe il tempo nemmeno di ripararsi il volto con le mani prima che un ciclone di penne, di ali e di artigli la buttasse a terra. Dimenandosi, provò a gridare ma dalla bocca piena di piume non le riuscì ad uscire nessun suono.  

 

La trovò Carlo, la sera, priva di sensi, ancora stesa nel corridoietto di ingresso. Aveva stentato a riconoscerla, rivestita com’era di piume grigiastre e livide che le ricoprivano il corpo, le contornavano il viso, le chiudevano gli occhi e le uscivano dalla bocca. Sembrava un immenso uccello ferito. Da lavoro l’avevano chiamata tutto il giorno, l’indomani avrebbe risposto Carlo: Linda non si sarebbe fatta vedere per un bel po’, forse per sempre.  

 

Silvana Calcagno